Batman v Superman: Dawn of Justice

 

di Enrico Di Stefano

 

Consentitemi una non breve premessa. Una delle tante fortune che mi sono capitate da bambino è stata quella di avere degli zii, i fratelli minori dei miei genitori, amanti del fumetto.

Gironzolando per le stanze della casa dei nonni materni, in particolare, mi è capitato di imbattermi in moltissimi albi della DC Comics. Provo a raccontarvi come è andata… L’epoca sono i primissimi anni ’70. Da piccolo ero folgorato da tutto ciò che si connotava come fantastico. Sono nato nella Golden Age dell’Era Spaziale e ammattivo alla vista dell’immagine di un’astronave, di un alieno, di un robot. Di quel pantheon multicolore, dal quale erano ancora assenti gli eroi MARVEL, due erano i miei preferiti: Flash e Superman. Il primo era superveloce e risultava particolarmente affascinante ai miei occhi di bambino. Forse lo vedevo come un “collega” dato che non stavo mai fermo e correvo come un indemoniato per sfogare la mia infantile esuberanza. Il secondo – rullo di tamburi – era un alieno dotato di poteri immensi che ne avrebbero fatto una specie di divinità, se il giovanotto non fosse stato irreggimentato nel rispetto di regole ferree supervisionate un Super-Io degno di un santo martire del Cristianesimo.

Però, bisogna pur dirlo, Barry Allen correva tanto ma spesso senza costrutto e in tal modo, col passare del tempo, ha perso punti ai miei occhi.

Il Kryptoniano no, anzi. Le prodigiose capacità gli consentivano di viaggiare nel cosmo senza troppi affanni e in quello sterminato territorio lo portavano a incontri (e non di rado a scontri) con specie extraterrestri e tecnologie futuristiche. Insomma, il trionfo della fantascienza. Morbo quest’ultimo che mi ha colto in pieno durante la transizione dalla scuola elementare alla media e che, ormai, si è cronicizzato da decenni.

Batman mi attraeva molto meno. Le sue storie avevano quel vago sapore noir o, addirittura, hard boiled che trovo insopportabile ancora adesso che ho superato il mezzo secolo di vita, figuriamoci durante la preadolescenza.

Mi è rimasto, a questo punto, solo l’Uomo d’acciaio.

Per capire davvero la grandezza del personaggio bisogna fare riferimento ai suoi nemici, un po’ come Muhammad Alì che ha meritatamente costruito la sua leggenda facendo a cazzotti con “tipacci” come Sonny Liston, Joe Frazier e George Foreman.

E, in effetti, i suoi avversari “giocano nella massima serie”. Batman ha a che fare con brutti ceffi sicuramente molto creativi nel fare il male (Joker e Penguin su tutti) ma non in grado di cancellare la vita dal pianeta Terra. Superman si confronta, invece, con delle superpotenze galattiche, del calibro di Darkseid, Doomsday e Braniac.

C’è anche un terrestre, Lex Luthor, che superpoteri non ne ha ma vanta un Q.I. pari a 200 o giù di lì.

Insomma, molti nemici (e che nemici) molto onore. Ma per contrastare tali e tanti cattivi non bastano la superforza, la capacità di volare, la supervelocità, il superudito, i raggi termici che scaturiscono dagli occhi, la virtuale invulnerabilità. Serve qualcos’altro: motivazione e fede incrollabile nei valori della giustizia e della libertà.

Il tutto supportato da una limpida e infallibile capacità di distinguere il male dal bene al fine di perseguire quest’ultimo senza la minima deviazione. In parole povere Superman è tale non solo perché dispone di un fisico superiore, ma anche perché dispone di un’etica superiore. Quest’ultima, comunque, è la sua caratteristica meno “fantascientifica”. Nella storia umana, a ben guardare, non sono mancati i casi di “paladini” che si sono immolati per cause meritorie.

Il nostro eroe non è perfetto, certo, e neanche immune ai dubbi. Ma ha la tipica solidità emotiva di chi, educato da brava gente, ha una visione chiara – e a volte un po’ rigida – di come va il mondo.

Batman è l’opposto. Può contare solo su due fattori super: l’enorme ricchezza che gli consente l’accesso al top della tecnologia umana e quel tipo di forza di volontà, spesso debordante nella mera pervicacia, tanto frequente nei fanatici religiosi. In qualche modo, l’uomo-pipistrello è quel mezzo squilibrato descritto da Alan Moore & Brian Bolland in “The Killing Joke” (1988). Ma in questo caso non c’è una famiglia solida alle spalle. I conti tornano, dunque.

I due si integrano, agendo su piani molto differenti, la strada e la galassia. Si stimano e sono amici da molto tempo, da quasi sempre. Qui, no. E si vede!

Perché in Batman v Superman: Dawn of Justice, diretto da Zack Snyder, il terrestre vede nell’alieno una minaccia. E su questo elemento che scatta la principale incongruenza del film, anche se in parte comprensibile dato il “furor” con il quale gli sceneggiatori in questo scorcio di millennio si dedicano alle riscritture delle storie e dei personaggi che le animano. Il cosiddetto reboot è una febbre che ha pervaso le produzioni di Hollywood. Si riparte da zero – o quasi - in tutto. Facendo leva sulla memoria cortissima e sulla bocca buona di un pubblico costituito prevalentemente da teenagers, si girano lungometraggi che promettono un forte successo di botteghino ma che, ad occhi più smaliziati, si rivelano per quello che sono: mere operazioni commerciali praticamente prive di valore artistico. Il carattere dei personaggi non viene stravolto, ma per lo meno forzato. E gli interpreti dei protagonisti principali cambiano come i turnisti di una catena di montaggio. In un quarto di secolo, tanto per fare un esempio, Batman è stato interpretato da ben cinque attori: Michael Keaton, Val Kilmer, George Clooney, Christian Bale e Ben Affleck. Non possiamo criticare più di tanto… Chi caccia i soldi ha sempre ragione.

Però possiamo dire che il film non ci è piaciuto, ci sia ancora concessa questa libertà. Per due motivi.

Ecco il primo… La storia è incongruente per le motivazioni che spingono Batman. Superman, ai suoi occhi, rappresenta un pericolo perché quando si è opposto ad un supercattivo, del calibro del Generale Zodd, ha involontariamente trasformato il pianeta Terra in un campo di battaglia. OK, è vero. Ma assodata l’esistenza di alieni – non necessariamente benevoli - dotati di tecnologie e/o poteri enormemente superiori a quelli umani, non sarebbe meglio garantirsi la disponibilità di un’arma difensiva adeguata, cioè Superman? Se, per ipotesi, il signorino Wayne avesse fatto fuori il povero Kal- El e subito dopo si fosse presentata una nuova minaccia aliena, cosa avrebbero fatto i terrestri? Avrebbero saputo respingere il cattivo, incomparabilmente più potente degli umani? Come? A sassate?

Personalmente, nell’atteggiamento di questo Batman ritrovo un pizzico di quell’ossessione per la “difesa preventiva” che sembra ormai essersi radicata nell’occidente in generale e negli Stati Uniti in particolare. Così nel film si innesca la follia di una lotta fratricida tra quelli che dovrebbero difendere gli umani da realistiche e letali minacce.

La fantascienza, perché qui di fantascienza si parla, può nascere da una sfrenata immaginazione, ma un pizzico di verosimiglianza deve pur mantenerla. A meno che, tra le righe, quest’opera non volesse suggerire l’idea dell’uomo moderno visto come un idiota tecnologizzato (le azioni dell’uomo-pipistrello mi sembrano in effetti quelle di un idiota) ma non credo che gli sceneggiatori intendessero arrivare a simili sottigliezze intellettuali.

Ecco il secondo… Il film è schifosamente teen friendly, cioè è stato realizzato per un pubblico di ragazzotti ignoranti (il sistema scolastico made in U.S.A. ve lo raccomando) e dai gusti elementari. Gente che, per capirci, non è in grado di individuare la Spagna su un mappamondo. Quindi assistiamo al festival delle mitragliate, dei raggi energetici, delle esplosioni a buon mercato. Ma non possiamo e non dobbiamo stupirci, il cliente ha sempre ragione e deve essere soddisfatto. Altrimenti non torna.

Ma al cinema ci andiamo anche noi che, ormai, siamo anzianotti ed esigenti. Già…

Punti a favore del film? Direi la scelta di Gal Gadot come interprete di Wonder Woman che qui appare, come anche nella più recente versione a cartoni animati, piuttosto austera. Anche l’immagine di un Batman imbolsito è azzeccata, dato che dopo il Ritorno del Cavaliere Oscuro (1986) di Frank Miller è proprio così che immaginiamo l’uomo di Ghotam.

Più discutibile, invece, l’assegnazione della parte di Mercy Graves a Tao Okamoto. Sulla bellezza della modella giapponese non ci piove, ma la fanciulla è di una magrezza imbarazzante e il suo fisico sembra l’antitesi di ciò che ci si aspetterebbe dalla guardia del corpo di un Lex Luthor (qui proprio inconsistente).  E non venitemi a parlare di tecniche di combattimento! Nelle competizioni internazionali i karateka di 40 kg e quelli di 80 kg gareggiano in categorie diverse. Un motivo ci sarà, non credete?

Cosa rimane quindi di questo film, almeno agli occhi di uno spettatore di mezz’età che legge fumetti e vede film e telefilm ambientati nell’universo DC da 45 anni? La naturale simpatia di Henry Cavill e il piacere di aver rivisto Diane Lane, attrice che abbiamo tanto amato e ammirato. Per il resto, un sonoro fracassone, tutto urla, botti e schiamazzi.  Troppo poco, direi.