Tre capolavori della fantascienza argentina
di Enrico Di Stefano
Se chiedessimo all’uomo della strada “Per cosa è famosa l’Argentina?” quasi certamente risponderebbe “Per Maradona” oppure “Per il calcio”. Qualcuno, azzarderebbe un meno scontato “Per il tango”. Da un esperto di economia arriverebbe di certo un “Per la produzione di carne bovina”.
Tutte risposte sostanzialmente corrette, per carità, ma sicuramente parziali vista la storia del grande paese sudamericano che in meno di due secoli ha saputo fondere in modo assai originale la cultura spagnola con quella italiana, senza che la componente europea cancellasse del tutto quella autoctona dei nativi. I risultati, soprattutto in campo artistico, sono stati eccellenti.
Ovviamente, anche la fantascienza ne ha beneficiato grazie a numerosi letterati, cineasti e fumettisti assurti, giustamente, alla fama internazionale. Anche se meno noti dei loro omologhi anglofoni, i creativi argentini hanno saputo trovare una via originale al fantastico in generale e alla Sci-Fi in particolare. Senza quasi mai indulgere alla spettacolarizzazione, hanno preferito imboccare una via in cui prevale decisamente la componente umanistica su quella tecnologica con frequenti incursioni nell’ambito psicanalitico. Questo articolo intende ricordare tre opere, tutte a loro modo innovative, che rappresentano altrettanti esempi di questo particolare approccio.
Un capolavoro della Letteratura
Nel 1995 apparve nelle librerie del paese sudamericano un'antologia ancora oggi giustamente citata dagli studiosi del genere: "El cuento argentino de ciencia ficcion". Arricchita da una prefazione di Pablo Capanna, all'epoca massimo esperto argentino di fantascienza, contiene quindici racconti firmati da autori dalla fama consolidata e da astri nascenti della narrativa. Tra questi Magdalena MouJan, Jorge Luis Borges, Elvio Gandolfo, Héctor G. Hoerterheld e Adolfo Bioy Casares. Quest'ultimo è noto ancora al giorno d'oggi a livello planetario per un romanzo pubblicatp nel 1940 dal titolo "L'invenzione di Morel".Al suo apparire, l’opera si rivelò assolutamente peculiare. In quegli anni lo stato dell’arte della fantascienza era rappresentato da Astounding Science-Fiction e Amazing Stories. Si era nel pieno della Golden Age e sulle riviste americane facevano la loro comparsa i lavori giovanili di alcuni autori destinati a restare nella storia della letteratura in valore assoluto. Ad esempio, Isaac Asimov e Robert Heinlein. I loro racconti segnarono un passo avanti rispetto a quanto apparso precedentemente sulle stesse testate: la dimensione avventurosa era sempre presente e quasi imprescindibile, ma i personaggi erano meglio definiti e finalmente “tridimensionali”. Tuttavia, pur con qualche eccezione, si era ancora lontani da quella fantascienza sociologica che, più avanti, avrebbe introdotto degli elementi fortemente introspettivi nella trattazione. Eppure, in netto anticipo sui tempi, L’invenzione di Morel fu proprio questo. La trama è assai complessa ed è basata su un marchingegno in grado di creare copie, delle vere e proprie riproduzioni animate, delle persone e degli ambienti. In pratica, un po’ come avviene in gran parte delle opere di Philip Dick, è la realtà stessa ad essere messa in discussione. Il protagonista, un fuggiasco rifugiatosi su un’isola sperduta, tenta di interagire invano con un gruppo di turisti che sembrano apparire dal nulla e che ripetono per giorni le stesse azioni. L’uomo ipotizza l’esistenza di due dimensioni parallele che si toccano su quel lembo di terra emersa, ma poi scopre la verità: gli esseri umani e gli scenari “impossibili” che si sovrappongono (come due soli e due lune visibili nel cielo) sono solo registrazioni proiettate dal sofisticato dispositivo ideato e costruito da uno di loro, Morel per l’appunto.
Nel 1941 il romanzo venne premiato con il First Municipal Prize for Literature of the City of Buenos Aires. Lo scrittore argentino, col passare degli anni, conquistò una più che meritata fama internazionale. Tra il 1967 e il 1977 scrisse molti racconti a quattro mani con l’amico di sempre, Jorge Luis Borges. I due autori li raccolsero in un paio di antologie e li firmarono con uno pseudonimo comune: Bustos Domecq.
Nel 1981, per gli indiscussi meriti culturali in ambito letterario, a Adolfo Bioy Casares venne assegnato in Francia il Cavalierato della Legion d’Onore.
Tornando a L’invenzione di Morel, vanno ricordate due trasposizioni per lo schermo. La prima, del 1967, diretta da Claude-Jean Bonnardot fu prodotta per la televisione dalla francese ORTF. La seconda, del 1974, diretta dall’italiano Emidio Greco venne distribuita nelle sale cinematografiche. Quest’ultima, nonostante la buona prova di un cast costituito da attori di tutto rispetto (Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Roberto Herlitzka) e la bella colonna sonora firmata da Nicola Piovani, suscitò reazioni contrastanti nella critica e una risposta del pubblico piuttosto tiepida. Probabilmente per via del suo accentuato sperimentalismo. Naturalmente, la letteratura argentina non si è fermata al 1995. Il nuovo millennio ha visto l'irrompere sulla scena di nuovi e interessanti autori come Néstor Dario Figueiras e Michel Nieva, ma l'opera di Adolfo Bioy Casares rimane una pietra miliare del genere, sicuramente la più nota al di fuori dei confini del grande paese sudamericano.
Un capolavoro del Fumetto
Precedentemente abbiamo citato tra gli scrittori Héctor G. Hoerterheld, ma dobbiamo affiancare al suo nome quello del prolifico disegnatore Francisco Solano Lòpez. Insieme hanno dato vita al binomio di artisti che ha realizzato L'Eternauta, apparso a puntate tra il 1957 e il 1959 sulla rivista Hora Cero. Si tratta, forse, del più importante fumetto mai realizzato, un’opera che la critica di tutto il mondo ha salutato come capolavoro assoluto. Se ne è parlato ampiamente e in tutte le sedi per anni ed è difficile commentarne lo spessore con osservazioni originali, ma è impossibile non citarlo quando si parla dell’arte argentina.
Il classico tema dell’invasione aliena, interpretato negli Stati Uniti e nell’Europa degli anni ’50 come metafora della minaccia sovietica incombente sull’occidente, sembra assumere in questo caso un significato del tutto diverso. Molti, infatti, hanno visto nel fumetto una sorta di profetica anticipazione della morsa che di lì a pochi anni la dittatura militare avrebbe stretto intorno alla società argentina. L’interpretazione non è peregrina vista l’attenzione con la quale Oesterheld seguiva gli sviluppi della politica nel suo paese che, già negli anni Cinquanta, lasciavano intravedere la deriva autoritaria e liberticida che si sarebbe abbattuta su alcune nazioni sudamericane di lì a poco. Va aggiunto che nel 1969 lo scrittore mise mano a un rifacimento dell’opera, questa volta con i disegni di Alberto Breccia, nel quale i riferimenti alla drammatica situazione in cui versava il suo paese divennero più espliciti. Anche per questo motivo, Oesterheld finì sotto gli occhi delle autorità che cominciarono a guardarlo con sospetto tanto che, come anche le sue figlie, venne soppresso dal regime nella seconda metà degli anni ’70. Oggi è considerato, a tutti gli effetti, un desaparecido.
Dal punto di vista grafico va detto che Francisco Solano López ha saputo enfatizzare la drammaticità del racconto con l’uso di un bianco e nero spartano, essenziale, senza indulgere nei virtuosismi di cui sarebbe stato capace. Scelta artistica ripresa, molti anni dopo, da Art Spiegelman nella realizzazione del suo Maus. Le scene d’azione, inoltre, sono rappresentate con un crudo dinamismo che sottolinea la violenza delle situazioni.
In ogni caso, il protagonista de L’Eternauta, Khruner, incarna una sorta di novello Ulisse per via del suo girovagare nello spazio e nel tempo alla ricerca di una strada per tornare al suo mondo e di un senso da dare alle sue terribili esperienze.
Per molti anni le voci riguardanti una possibile trasposizione cinematografica si sono rincorse tra gli estimatori del fumetto. Solo nel 2025, però, è arrivata l’omonima serie televisiva, prodotta da Netflix in partnership con la K&S Films di Buenos Aires, diretta di Bruno Stagnaro e imperniata su sei episodi. Il ruolo principale, quello di Juan Salvo, è stato affidato all’esperto Ricardo Darin, attore assai apprezzato in patria e all’estero, la cui convincente interpretazione ha messo d’accordo critica e spettatori.
Molto aderente al fumetto, il telefilm ha i suoi punti di forza in una recitazione di ottimo livello, in una regia efficace e in una fotografia che sa rendere alla perfezione lo scenario desolato nel quale si muovono i personaggi. Ha riscosso un notevole successo, facendo conoscere la storia anche al pubblico più giovane, tanto che i fan stanno attendendo fiduciosi una seconda stagione già annunciata.
Qualcuno ha detto: “L’Eternauta sta al mondo delle nuvole parlanti come la Divina Commedia sta alla letteratura”. Affermazione che può essere condivisa o meno ma che, per il semplice fatto di essere stata pronunciata, dice parecchio sullo spessore di un’opera destinata a restare immortale. Forse il più esplicito omaggio a Héctor Oesterheld e Francisco Solano López è stato tributato tra il 1980 e il 2000 dall’Italia dove l’editrice EPC ha portato nelle edicole una rivista a fumetti, per lo più di genere fantastico-fantascientifico, omonima del capolavoro dei due argentini. La pubblicazione, la cui qualità si è sempre mantenuta alta, è stata successivamente acquisita e edita dalla Comic Art, a partire dal n° 61 e fino al n° 200.
Un capolavoro del Cinema
Il cinema argentino ha prodotto diversi film di fantascienza, tra i più recenti ne segnaliamo un paio diretti da Pablo Parés: Filmatron (2007) e Daemonium: soldado del inframundo (2015). Buone prove di cui si è parlato bene anche oltre i confini nazionali, ma niente di particolarmente memorabile. Infatti, anche nelle discussioni tra i più competenti tra gli appassionati non vengono quasi mai chiamati in causa.
Degnissimo di nota e ampiamente citato da chi se ne intende, invece, è Moebius (1996). Diretto da Gustavo Mosquera, un professore dell’Universidad del Cine di Buenos Aires, è stato adattato per il grande schermo da un bel racconto dello statunitense Armin Deutsch dal titolo A subway named Mobius (1950).
Realizzato con un budget di soli 250.000 dollari e girato quasi interamente nella metropolitana della capitale argentina con attori poco conosciuti all’estero, il film ha fatto incetta di premi in giro per il mondo e ha meritato il grande risalto datogli dalla stampa internazionale. Il che è sorprendente considerando che è stato concepito e realizzato in tutte le sue parti, tra l’altro con ineccepibile professionalità, nell’inconsueto ambito accademico. La trama a grandi linee è questa: in seguito a radicali lavori di ampliamento, una linea della metropolitana di Buenos Aires si trasforma in un "Nastro di Mobius" che un treno prende a percorrere indefinitamente senza mai arrivare a destinazione; della risoluzione dell'enigma viene incaricato un giovane matematico che, grazie alle sue competenze in ambito topologico, riesce a sbrogliare l'ingarbugliata matassa e a salire a bordo del convoglio disperso. Nel vagone di testa vi incontra l'anziano studioso in possesso della spiegazione del mistero. Tutto ciò mentre le autorità annaspano invano alla ricerca di una spiegazione razionale dell'accaduto.
Tutta giocata su un rompicapo geometrico, l’opera si segnala per la sua originalità e per l’ambientazione claustrofobica (pochissime sono le scene girate in esterno) enfatizzata dalle sonorità ossessive della colonna sonora di Mariano Nuñez West.
Il colloquio finale tra il protagonista Daniel Pratt (Guillermo Angelelli) e il suo vecchio professore Hugo Mistein (Jorge Petraglia) è una lunga disquisizione filosofica sul valore della conoscenza. La vicenda, comunque, rimane irrisolta. Un treno viene ritrovato, ma un altro viene immediatamente perduto.
Una conclusione inquietante e assai diversa rispetto a ciò cui il cinema, soprattutto statunitense, ci ha abituato da quando la Science-Fiction ha fatto il suo ingresso nelle sale trovandovi una delle collocazioni più consone. Qui lo spettatore medio non trova rassicurazione, anzi rimane spiazzato un po’ come avviene nei migliori film horror. Di sicuro non si tratta di una pellicola adatta a tutti i palati.
Il film è un chiaro esempio, forse il più emblematico, dell’originalità della via argentina alla fantascienza: storie che prendono spunto da premesse che non necessitano di costose e avveniristiche tecnologie; eroi che sono, in realtà, persone assai comuni; situazioni che nascono dalla vita quotidiana; anonime ambientazioni urbane.
In conclusione, è vero che gli Stati Uniti sono indiscutibilmente la principale fucina dalla quale scaturisce la maggior parte della fantascienza mondiale, probabilmente anche per via del peso che la ricerca scientifica ha in quel paese, ma anche altrove si è saputo dare un potente contributo all’evoluzione del genere. L’Argentina non lo ha fatto con la quantità ma, sicuramente, con la qualità. Mettendo sempre in primo piano la persona, possibilmente comune, e in secondo la tecnologia. Forse a causa della spiccata tendenza alla speculazione sempre presente nella sua cultura come dimostra una variegata produzione artistica capace di fondere mirabilmente l’elemento fantastico con quello razionale.